Le piccole cose

Purtroppo siamo tutti condizionati, nel nostro modo di esprimerci, da quella analogia tra sapere e vedere che dai tempi degli antichi greci attribuisce al vedere con gli occhi il privilegio di cogliere l’evidenza del vero. Invece le piccole cose non sono lì per essere guardate ma anche per essere ascoltate, palpate, annusate e, perché no, mangiate. Si chiede quindi al filosofo o all’apprendista filosofo di saper sì vedere le cose, ma anche di saperle ascoltare e gustare, toccare e odorare.

Francesca Rigotti, La filosofia delle piccole cose, Interlinea, Novara, 2004

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Chi ha fatto tutto ciò?

Un commento di Eno mi invita a riflettere sulle collettività:

una collettività è innanzitutto una stenografia, un nome breve, un po’ arbitrario e riassuntivo, per tutti i suoi membri.

In seconda battuta la collettività è anche di più, e perfino “fa”: è l’intreccio delle azioni individuali, il sorgere di effetti involontari da azioni volontarie, il sorgere di norme spontanee.

Ma questo “essere di più” noi possiamo capirlo solo se cominciamo dal basso, cioè pensiamo che gli individui sono i basamenti e il resto, lungi dall’essere fuffa o nuda nomina, ci poggia sopra.

Riassumendo in maniera abbastanza brutale: le collettività esistono, sono soggetti a tutti gli effetti, tuttavia sono soggetti derivati, soggetti di secondo ordine rispetto agli individui che costituiscono il primo ordine. Continua a leggere

L’eterno scandalo

L’uomo esiste nello spazio e nel tempo: non c’è pensiero che non abbia una estensione spaziale e temporale, non c’è esperienza che non si situi in un luogo e in un tempo, per quanto vaghi e indefiniti essi possano essere.

Solitamente, si considera il vincolo spaziale meno rigido di quello temporale: così ad esempio Kant, che concede al tempo un primato sullo spazio. È tuttavia un primato relativo: non è semplice pensare al di fuori dello spazio, avere un concetto completamente indipendente dal pensiero del luogo.
Persino l’anima, per coloro che credono in una sua esistenza separata dal corpo, occupa comunque uno spazio, è in un qualche luogo più o meno preciso e delimitato: si immagina infatti una anima in grado di vedere, parlare o ascoltare, e sono tutte operazioni possibili solo a partire da un punto di vista o di ascolto. Continua a leggere

Infinitamente ignoranti

Tutti quelli che cercano la verità giudicano ciò che è incerto paragonandolo e mettendolo in proporzione con ciò che è certo. Ogni ricerca è, dunque, comparativa in quanto impiega come mezzo la proporzione.[…]
Ogni ricerca consiste, pertanto, in una proporzione comparativa, facile o difficile; perciò l’infinito come infinito, sfuggendo ad ogni proporzione, è ignoto.

Nicola Cusano, La dotta ignoranza, Città Nuova, 1991 (traduzione di Graziella Federici Vescovini)

Ogni conoscenza è paragone e comparazione: questo notevole pensiero sconvolse Cusano, che scrisse queste parole nel 1440, soprattutto per l’impossibilità di conoscere l’infinito.
Nel 2006, a me stupisce soprattutto perché comporta che ogni conoscenza è racconto: il racconto di un confronto, di un incontro, di un paragone o proporzione.

Contro il relativismo

Nello scompartimento di un treno, due persone sono sedute una di fronte all’altra.

Giovannitra sé e sé, leggendo il giornale: Tutta colpa del relativismo!

Ludovico: Mi scusi, posso chiederle quale terribile evento sarebbe causato dal relativismo?

Giovannisorpreso: Come scusi?

Ludovico: Ho sentito la sua esclamazione, probabilmente legata a qualche notizia riportata dal giornale, e le chiedevo quale increscioso fatto lei riconduceva al relativismo. Continua a leggere