Differenze

Da un blog:

Stamattina leggevo su un quotidiano: impiccata la giovane Delara. La legge iraniana senza pietà.
Chissà perché non dissero la stessa cosa di Eluana. Uccisa mediante fame e sete Eluana. La legge italiana senza pietà.

Noto con dispiacere che a molta gente continua a sfuggire la differenza tra una azione palesemente contro la volontà del soggetto, come l’esecuzione di Delara, e una che invece si pone come compimento di quella volontà, la sospensione dei trattamenti ad Eluana.
Una differenza che rende insensato, e vagamente disgustoso, il paragone avanzato dall’autore del blog citato, e questo indipendentemente da tutti gli altri discorsi sull’argomento (quali sono i limiti all’autodeterminazione del soggetto? la volontà di Eluana è stata correttamente determinata?)

Diritto di uccidere

Esiste il diritto di uccidere?

Il filosofo e giurista Stephan Kinsella risponde affermativamente a questa domanda, e lo fa con un dimostrazione, quasi un teorema. Il suo argomento è riassunto con uno schema da Maurizio Colucci sul suo blog.
Credo che il ragionamento di Kinsella sia per certi versi affine a quello di Vittorio Mathieu in Perché punire; credo perché non ho (ancora) letto né l’articolo di Kinsella né il libro di Mathieu (sono pigro). Continua a leggere

Dimenticare lo stato

Giuliano Ferrara ha deciso di proporre una moratoria per l’aborto:

Questo è un appello alle buone coscienze che gioiscono per la moratoria sulla pena di morte nel mondo, votata ieri all’Onu da 104 paesi. Rallegriamoci, e facciamo una moratoria per gli aborti. Infatti per ogni pena di morte comminata a un essere umano vivente ci sono mille, diecimila, centomila, milioni di aborti comminati a esseri umani viventi […].

Il discorso di Ferrara si basa quasi integralmente sul parallelismo tra la pena di morte e quella che, riprendendo una proposta simile, potremmo chiamare pena di aborto. Una analogia che sembra presentare più di un problema. Continua a leggere

Relativamente alla pena di morte

Apprendo da formamentis di un notevole dibattito tra Emanuele Severino e Marco Pannella sulla pena di morte, in generale, e sull’esecuzione di Saddam Hussein in particolare.

Emanuele Severino è un filosofo e, da buon filosofo, «parla sempre di un altrove». Eppure nel dibattito, per quanto è lecito giudicare da un resoconto, sempre essere immensamente più pragmatico di Pannella. Se è lecito riassumere un riassunto, direi che quando Pannella parla di giustizia, Severino ribatte che la giustizia non esiste, esiste soltanto il giudizio della storia, e non è detto che questo giudizio si rivelerà, alla fine, contrario all’esecuzione del dittatore.
Chi parla qui di un altrove, Pannella o Severino? In altre parole, decisamente più filosofiche, il mondo è cosmo o caos?

Una delle migliori analisi sull’esecuzione di Saddam la propone Cantor: «un fallimento dell’Occidente sul cammino verso la diffusione delle democrazie, della libertà e della pacificazione del pianeta».
Il mondo è quindi caos. Pannella ci parla dunque di qualcosa che non esiste e non può esistere. Più che un relativista, come pare si sia definito, Pannella è un idealista. E Severino, ma non è una sorpresa curiosamente, un nichilista.